“Criptovalute” di Stato: servono davvero?

Come riportato da un recente studio di GlassNode, il numero di indirizzi di Bitcoin attivi è in costante crescita. È chiaro che lo spazio per un mercato di monete digitali esiste. Un mercato in grado di superare, attraverso prodotti rivolti a segmenti di clientela specifici, i limiti di Bitcoin stesso: tracciabilità, elevato rischio connesso alla perdita delle chiavi crittografiche, energivorità e governance.

Paolo Savona durante l’incontro annuale Consob con il mercato finanziario, di cui abbiamo parlato già in un precedente articolo, ha detto:

Se si disponesse la nascita di una criptomoneta pubblica, il sistema dei pagamenti si muoverebbe in modo indipendente dalla gestione del risparmio, che affluirebbe interamente sul mercato libero, cessando la simbiosi tra moneta e prodotti finanziari, affidandone la gestione in modo indipendente ai metodi messi a punto dai registri contabili decentrati e dalla Scienza dei dati.

Paolo Savona, Presidente della Consob

Una delle difficoltà nella realizzazione di un modello di questo tipo è che in capo al soggetto pubblico ci ritroveremmo, tanto le funzioni di vigilanza quanto le facoltà di competere con operatori privati (questi ultimi chiaramente in una posizione di svantaggio), o addirittura sistemi più o meno decentralizzati come le criptovalute classiche.

Il Presidente della Consob, come tutti i tecno-entusiasti, ha forse un filino troppa fiducia nella bella favola di una governance tendente all’optimum perché interamente matematizzata (quindi rappresentabile tramite smart contract su DLT/blockchain attraverso il classico mix di crittografia e teoria dei giochi), dimenticando che ogni modello matematico ha inevitabilmente ipotesi e limiti intrinseci.

Il mercato, invece, è un fenomeno naturale che inevitabilmente tende a debordare dai limiti di qualsiasi modello gli si cucia addosso: non tanto per i limiti interni della matematica, ma perché è incompleta la nostra conoscenza del fenomeno stesso risultando limitata la nostra capacità di matematizzarlo.

Detto questo, perché non ribaltare i termini della questione?

Più che imporre una “criptovaluta pubblica” (o più in generale una central bank digital currency), lascerei sviluppare, un po’ à la von Hayek, un mercato di valute private sotto la vigilanza pubblica, dove alla lex digitalis si affianchi una governance in senso tradizionale, finalizzata ad evitare i fallimenti di mercato e a traguardare comunque gli obiettivi di stabilità monetaria. Nessun corso forzoso ma libera competizione ed accordi privati.

Il mercato dei prodotti finanziari si poggerebbe così su un sottostante mercato monetario, in funzione se vogliamo di “infrastruttura”. Gli incentivi all’uso dei pagamenti elettronici non possono che presupporre un libero mercato di strumenti di pagamento.